La strepitosa Elektra di Maida Hundeling

Un quarto d'ora di standing ovation al Teatro Ivan pl. Zajc di Fiume

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Created by Dejan Bozovic · Review

“Bisogna dirigere “Elektra” e “Salome” come fossero scritte da Mendelssohn: la musica fatata.” Proprio questo consiglio, elargito con un pizzico di (auto)ironia da Richard Strauss stesso, sembra essere il punto di partenza ed il baricentro ideale della lettura del maestro Ville Matvejeff, che ha diretto un'indimenticabile (nel senso effettivo della parola) “Elektra” al Teatro nazionale croato “Ivan pl. Zajc” di Fiume, realizzata in collaborazione con l'Orchestra filarmonica slovena e il Cankarjev Dom di Lubiana. Inaugurato nel 1885, il Teatro è una perla architettonica ideata dai celeberrimi architetti viennesi Helmer e Fellner e adornata di statue annoverate tra i migliori lavori del veneziano Augusto Benvenuti. Nella sua storia ha ospitato innumerevoli personaggi di massimo rilievo, tra cui Sarah Bernardt, Puccini, Mascagni, Caruso, Gigli, ed oggi vanta ben quattro compagnie stabili, dell'opera, del balletto, di prosa in lingua croata ed italiana.
Vi sono vari motivi per cui coloro che hanno gremito il Teatro la sera della prima non potranno evitare di rivolgere un nostalgico pensiero a questa “Elektra” ogni volta quando sentiranno nominare lo straordinario capolavoro sui versi di Hugo von Hofmannstahl, basati sulla sua tragedia ed ispirati al monumentale testo di Sofocle. Si potrebbe dire che tutti gli ingredienti dello spettacolo interagiscono ottimamente, esaltandosi a vicenda, confluendo in un insieme che di gran lunga supera la somma dei suoi elementi (e ci sia perdonata la presa in prestito del moto gestaltico, giacché “Elektra” fu definita da alcuni la prima opera freudiana).
Cominciamo con il già nominato direttore finlandese, profondo e sensibile, espansivo e delicato, sicuro e infallibilmente attento nel coordinare i cantanti e l'orchestra che con pregevole dignità ed estro affronta l'ardua prova. Senza enfasi ed accenti ridondanti, il discorso orchestrale esaurisce i suggerimenti della partitura, mettendo efficientemente in risalto gli stati emozionali e mentali dei protagonisti. Ben ponderata e strutturata, anche la messa in scena offre molte soddisfazioni e qualche azzeccata sorpresa.
Le posizioni degli interpreti e dell'organico sono invertite: una piattaforma quadrata, di piccole dimensione, costruita sopra una parte della zona centrale del golfo mistico e alcuni posti delle prime file funge da palcoscenico, mentre la compagine occupa quello vero, spoglio e privo di quinte. Quantunque dettata dalle ragioni logistiche, questa soluzione è semplicemente un'eccezionale amplificatore del rigoglioso, formidabile e stravolgente contenuto drammatico e drammaturgico dell'opera, nonché della catarsi finale. I cantanti e le comparse impiegate con coerenza e giudizio, in gruppo o singolarmente, risalgono gli “abissi” della buca per guadagnare l'inconsueta scena e sprofondare poi nelle tenebre, dopo aver dato il proprio contributo alla paradigmatica tragedia in contatto immediato con la platea. Certamente, il regista e dramaturg Marin Blažević, attualmente pure il sovrintendente dello “Zajc”, non si accontenta di questa fausta idea, bensì la sviluppa in un congruo, compatto, minuzioso inscenamento, ottenendo un'ammirevole recitazione dagli interpreti immancabilmente dotati da physique du rôle, edequilibrando con misura e gusto (discutibili solo nella rappresentazione dell'assassinio di Klytämnestra) l'elaborata azione ed i pungenti, a volte ipnotizzanti momenti di stasi pressoché assoluta. Insieme ad Alan Vukelić, Blažević firma anche la scenografia e le luci, perfettamente integrati nel concetto globale, mentre Sandra Dekanić firma gli eloquenti, se non proprio originali costumi.
Dal primo istante sino ad ultima nota fresca ed inappuntabile come quella iniziale, non abbandona il piccolo palco - dominando così anche materialmente la vicenda e tutti i suoi attori – una Maida Hundeling strabiliante sotto ogni aspetto della magistrale interpretazione. La regina indiscussa della serata, padrona sovrana di tutte le sfumature del personaggio titolare, tracciandone con sconvolgente veracità il disumano suplizio psichico/psicotico, l'ossessiva e morbosa brama della vendetta che sfocia nella soffocante solitudine e perfidia inerme, un fino all'annichilimento dissimulato bisogno di complicità ed affetto. Dal punto di vista vocale, il soprano tedesco è un fenomeno che oggi non trova molti pari. L'inverosimile potenza vocale si abbina ad una preziosa duttilità, la squisita espressività drammatica agli incantevoli flussi di canto soave e commovente costellati dai pianissimo da brivido (strepitosa la scena con Orest), la pienezza timbrica in tutte le tessiture alla solidità e limpidità diamantina degli acuti. Una Elektra da sogno, oppure sarebbe meglio dire da quel magnifico incubo sviscerato da Sofocle, Hofmannstahl e Strauss.
Ma non c'è nessuno tra i colleghi della Hundeling che stoni con la bravura di lei. Con suggestiva eccellenza scenica e vocale, Dubravka Šeparović Mušović scolpisce una Klytämnestra statuaria nella sua putrefacente malattia dell'anima e dello spirito, una parodia grottesca, appartenente al mondo espressionista, della regalità, altera e patetica nello stesso tempo, spaventata, già sconfitta eppure speranzosa come un felino che con i rimasugli degli artigli tenta di aggrapparsi alle pareti sgretolanti di un fosso ed uscirne. Chiude questo vincente triumvirato al femminile Helena Juntunen, una Chrysothemis vocalmente spigliata, convincente ed incisiva, dolce, persino umile, eppure risoluta, consapevole e ragionevole. Se la cavano benissimo, senza appunti tilevanti, anche i due interpreti dei principali ruoli maschili, Dario Bercich (Orest) e Marko Fortunato (Aegisth).
Gli plausi, infine, vanno davvero all'intero cast e al coro preparato da Nicoletta Olivieri. Qualche secondo dopo la battuta finale, il Teatro scoppia in un clamoroso applauso liberatorio, prolungatosi con le standing ovation di circa un quarto d'ora.

Date 2019