All''Alighieri' di Ravenna è di scena 'Norma'

Ravenna, Teatro 'Dante Alighieri', 8 novembre 2019

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Created by Paola Cecchini · Review

Ho presenziato venerdì 8 novembre presso il bel Teatro ‘Dante Alighieri’ di Ravenna (1852) a ‘Norma’, dramma in due atti di Vincenzo Bellini, nel nuovo allestimento coprodotto unitamente a ‘Ravenna Festival’ ed il Teatro Galli di Rimini. E’ affidato alla regia di Cristina Mazzavillani Muti e del suo team: Alessandro Lai (costumi), Ezio Antonelli (scene e visual design), Vincent Longuemare (light design) e Davide Broccoli (video program).
L’opera fa parte della Trilogia d’autunno del ‘Ravenna Festival’, assieme a Aida di Verdi e Carmen di Bizet: tre donne legate da un solo destino di morte, che per il troppo amore arrivano ad annullarsi.
Il format della Trilogia, ormai pienamente collaudato ed applaudito dal pubblico cittadino quanto da quello straniero, prevede il susseguirsi delle tre opere una sera dopo l’altra sullo stesso palcoscenico, grazie ad una macchina teatrale che, con l’utilizzo di moderne tecnologie, scompone e ricompone la scena, dando vita per ognuno dei titoli a impianti visivi diversi e completamente nuovi

Norma è un’opera complessa e monumentale, come complessa e monumentale è la sua protagonista.
Ad impersonarla è il soprano coreano Vittoria Yeo (Lady Macbeth dello scorso anno) che ha affrontato con grande impegno il difficile ruolo, divenuto il cavallo di battaglia di alcuni grandi soprani del passato, tra cui Maria Callas, Joan Sutherland e Montserrat Caballè.
La difficoltà del ruolo sta nel fatto che le sfumature caratteriali della protagonista (sacerdotessa empia in cui si mescolano la rabbia della donna tradita in eterna lotta con l’animo della madre affettuosa) si riflettono anche nella partitura, ‘rivivendo in analoghe sfumature musicali che si esprimono sul piano della dinamica interpretativa e vocale’ e facendone uno dei ruoli più impervi per voce di soprano, tanto che l’opera è più famosa che interpretata.
La voce di Vittoria è decisamente bella, sensibilissima nelle sfumature.
La sua figura è altera: il volto sembra quasi una maschera che dissimula con efficacia il tumulto di passioni che la agitano: l’aiuta in questo il fascio di luci, sovente fredde, quasi lunari, proiettate in scena che enfatizzano ogni suo movimento del corpo e del viso.
Sebbene Vittoria non sia una specialista del belcanto e questo è il suo debutto nel ruolo del titolo, si può ben dire che la sua sfida è vinta con onore!

Completamente diversa, ma ugualmente accattivante, è la voce del mezzosoprano turco Asude Karayavuz che interpreta Adalgisa, rivale in amore di Norma.
Bella la prova del basso Antonio Di Matteo (uno dei talenti più promettenti della sua generazione, grazie ad una vocalità di rara bellezza e morbidezza) che interpreta Oroveso, padre di Norma, mentre Giuseppe Tommaso figura in scena nella parte di Pollione mentre a causa di un’acuta infiammazione alle vie respiratorie, la sua parte è cantata dal proscenio dal tenore Riccardo Rados.
Completano la compagnia di canto Erica Cortese (la fida Clotilde) e Andrea Galli, che impersona Flavio, l’amico di Pollione.

Sul podio c’è Alessandro Benigni (direttore di Nabucco nel 2018) che ha diretto l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, già protagonista il 3 agosto scorso dell’eccezionale appuntamento che ha segnato l’inaugurazione della Sagra Musicale Malatestiana con Riccardo Muti sul podio e la presenza del Presidente della Repubblica Mattarella in sala.
Benigni ha diretto il cast canoro accompagnando la voce dei cantanti, sottolineandola e non soffocandola (come suggerito e preteso dal compositore siciliano), oltre a dirigere il Coro Luigi Cherubini e Vincenzo Bellini (diretto da Antonio Greco).
Calorosa l’accoglienza da parte del pubblico che ha riempito il teatro ed ha manifestato il proprio consenso con applausi copiosi e generosi indirizzati a tutto il cast. Raggiante la protagonista.

‘Casta Diva’ è la pagina più celebre dell’opera ed in assoluto dell’intero repertorio di Vincenzo Bellini (Catania, 1801 - Puteaux, 1835).
Composta in meno di tre mesi (da settembre a novembre 1831) su libretto di Felice Romani, tratto dalla tragedia di Alexandre Soumet ‘Norma, ossia L'infanticidio’, l’opera debuttò al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre, inaugurando la stagione di Carnevale e Quaresima 1832.
Per una concomitanza di fattori, tra cui l’assenza del ‘concertato’ (il momento più sontuoso dell’opera che tradizionalmente chiudeva il primo atto), Norma registrò un parziale insuccesso nonostante l’eccezionalità del cast che riuniva Giuditta Pasta nel ruolo del titolo, il tenore Domenico Donzelli in quello di Pollione ed un altro soprano, Giulia Grisi, in quello di Adalgisa.
La situazione cambiò nelle 34 serate successive che videro il pubblico della ‘Scala’ trascinato da un entusiasmo sempre crescente. Da lì Norma iniziò il cammino trionfale per tutti i più importanti teatri europei e da allora non è più uscita di repertorio, tanto che oggi è considerata a pieno titolo una delle opere fondamentali del melodramma italiano dell’Ottocento.
‘Di tutte le creazioni belliniane, Norma è quella che, accanto alla più ricca pienezza delle melodie, unisce l'ardore più intimo con la dignità più profonda’- scrisse al riguardo Richard Wagner, che dell’argomento si intendeva!

Sono molteplici le differenze tra il libretto di Romani (a cui anche Bellini aveva collaborato) e l’opera francese. Decisiva, da parte di Bellini e Romani, fu l’intenzione di non terminare l’opera con un’aria di pazzia per la Pasta: l’anno precedente la cantante aveva concluso in quel modo l’Anna Bolena di Donizetti (presentata al Teatro Carcano di Milano) e il ricordo era ancora troppo vivo nella mente degli spettatori.
Tre erano i nuclei tematici dell’opera: in primo luogo quello della sacerdotessa che infrange per amore i suoi voti: era questo un tema noto già all’epoca dalla Vestale di Spontini e possedeva un’indubbia efficacia teatrale, in quanto permetteva d’ambientare un conflitto interiore e privato sullo sfondo di scene di massa monumentali.
Rilevante era anche il tema dell’infanticidio come vendetta per il tradimento amoroso che discendeva dalla Medea di Euripide.
Vi era infine il motivo celtico-barbarico, con gli antichi riti nella sacra foresta druidica che tanta presa aveva nell’immaginario romantico: si trattava del soggetto messo in scena da Chateaubriand nei primi anni dell’Ottocento (Les Martyrs) che narra degli amori tra una sacerdotessa druidica ed un condottiero romano.

Date Nov 8, 2019