A che servono questi critici (e le loro recensioni)?

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Mentre per la gente comune, lo spettatore sia esso più o meno colto, la discussione di uno spettacolo (proprio quello operistico poi!) ha una sua ragion d'essere, esattamente come ci si cava gli occhi allo stadio, lo specialista (vero o presunto, grande o modesto, si chiami Mila o Mattioli o Rossi-Bianchi) ha una propria evidentissima funzione (e quindi un dovere professionale o perlomeno un muoversi con inclinazione da professionista).

La fatale "recensione" viene da molti fruitori ma anche dagli stessi "produttori" intesa come giudizio su quel che è stato (oltre che avrebbe dovuto essere, nel caso di supposta difformità rispetto ad una logica critica più o meno tale e di riferimento).
Ma la realtà è che la recensione-tutte indistintamente e perlomeno nell'immediato (ossia quando non siano divenute "storiche" e facciano cronaca della letteratura sull'oggetto)-deve servire prioritariamente ad invogliare o disinvogliare lo spettatore potenziale per recarsi (o non) ad assistere alla performance, "subito" dopo la prima recita ufficiale (quando non vi sia stata addirittura una anteprima riservata, che funziona a "priori"). Sia positiva o negativa, incentivante o disincentivante. Promozionale perciò (paradossalmente pure all'opposto).
Ne consegue che la recensione a cose fatte, vale a dire quando non vi è più la possibilità di condursi (inclusi tutti i problemi logistici e di spesa), serve a poco, chiaramente conservando il valore di cronaca e testimonianza, sia pure non verificabile dall'utente, che crede sulla parola e sulla fama del censore.

Detto questo è altrettanto palese che la recensione, quando non serva agli artisti per inserirla nel proprio curriculum (ammesso che), deve essere interessante e piacevole di per se stessa, accattivante e leggibile.
Se essa non soddisfa a questi principi e quindi è lunga-lunghissima, tediosa, poco o nulla stimolante, non serve a un bel niente.
Faccio un esempio sopra la mia modesta persona di appassionato non sprovveduto.
A me dell'opera barocca e seria del periodo "classico" non mi importa praticamente un fico secco e anche dallo "stupefacente" Ermenegildo (sic!, ndr) di Rossini non sono attratto ma...

Ma se incappo nella recensione brillante di un Mattioli (apparsa oggi su "La stampa") o un altro scaltro fate voi, sarei anche forse incuriosito ed invogliato, se non a fiondarmi nella bella Napoli di mutiana memoria (essendoci solo ancora una recita), a provare ad ascoltarne cinque minuti su Youtube o cose del genere.
In fondo siamo tutti-come sapete benissimo chi-sulla via per Damasco, desiderosi di incontrare un Kleiber o un Bernstein che ci illuminino.
Invece-ed è logico-se la Recensione (con la maiuscola) è pomposa, saccente, chiusa in se stessa, senza sprint ed ironia (perché stiamo parlando di una novelletta, non di un saggio musicologico, che fa-per lungaggine-concorrenza al Manzoni nonché Alessandro), a cosa caspita potrà servire, se non ad appagare l'ego dello scrittore in erba ma con i capelli meno in colore (e non di necessità, l'erba e il biancore sopra la capa)?

Date Nov 12, 2019